Le stragi del ’92

SDue giorni dopo questa intervista di Paolo Borsellino, il 23 maggio 1992, il giudice Giovanni Falcone – distaccato presso il ministero della Giustizia e candidato numero uno per diventare il primo Procuratore nazionale antimafia – salta in aria insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta sull’autostrada Punta Raisi-Palermo in località Capaci.

Meno di due mesi dopo, il 19 luglio, salta in aria (con 5 uomini della scorta) anche Paolo Borsellino, da poche settimane tornato a Palermo (dopo la parentesi di capo della Procura di Marsala): anche lui è candidato alla Procura antimafia, ed è l’ultima “memoria storica” del glorioso pool antimafia di Palermo, nonché l’uomo di punta di quella Procura palermitana che, come ha rivelato lui stesso nell’intervista, sta indagando sui legami fra esponenti mafiosi e il duo Berlusconi-Dell’Utri. Più che naturale che i magistrati di Caltanissetta, che da nove anni indagano sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, appena scoperta l’esistenza di quell’intervista, l’abbiano subito acquisita agli atti. Ritenendola utilissima per iniziare la ricerca dei “mandanti a volto coperto” delle stragi. Così ha fatto Luca Tescaroli, che indagava (prima della sua partenza poco spontanea da Caltanissetta) sui registi occulti di Capaci. E così han fatto Anna Palma e Antonino Di Matteo, che investigavano (prima del loro trasferimento a Palermo) su quelli di via D’Amelio. Di che cosa si stava occupando Borsellino negli ultimi mesi della sua vita, nella sua nuova veste di procuratore aggiunto a Palermo? Rispondere a questa domanda significa, probabilmente, scoprire il movente vero del suo assassinio. Un assassinio che, a differenza di quello di Falcone, non trova alcuna spiegazione logica nemmeno nell’ottica mafiosa. Infatti, fino alla vigilia, non rientrava nei piani a breve e medio termine di Cosa nostra, che – come hanno riferito diversi collaboratori di giustizia – stava preparando attentati contro ben altri obiettivi (ad esempio l’on. Calogero Mannino). Che cosa li indusse a ripiegare precipitosamente su Borsellino? Palma e Di Matteo, nella loro requisitoria al processo per la strage Borsellino, hanno così ricostruito il contesto di quella drammatica intervista, davanti alla terza sezione della Corte d’assise nissena, nell’udienza del 29 settembre 1999:

Abbiamo accertato che l’impegno dopo la strage di Capaci del dottor Borsellino, che pure da sempre era abituato a lavorare dalla mattina alla sera, divenne assolutamente frenetico, spasmodico, quasi parossistico. Borsellino iniziò a girare come una trottola impazzita, a interrogare pentiti, a rispolverare vecchi rapporti e indagini che Giovanni Falcone aveva seguito con grande interesse. Borsellino rivisitò vecchi rapporti riguardanti la attività e i collegamenti milanesi delle famiglie palermitane. Borsellino rilasciò anche interviste su questi argomenti, prendendo spunto dalle vicende giudiziarie di Vittorio Mangano e di uomini d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù. In una intervista prodotta agli atti, che rilasciò alla televisione francese il 21 maggio del ’92, quindi ancor prima della strage di Capaci, asserì – andate a rileggere il testo letterale di quella intervista, anche questa è un po’ stupefacente – l’esistenza di indagini che “risalivano da Vittorio Mangano e da uomini d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù fino a Dell’Utri e ai canali di riciclaggio del denaro sporco … .

Ancor più inquietanti gli scenari tracciati da Tescaroli nella requisitoria pronunciata nel 1999 dinanzi alla Corte di assise d’appello di Caltanissetta, nel secondo processo ai killer di via D’Amelio (per chi la volesse leggere integralmente: Perché fu ucciso Giovanni Falcone di Luca Tescaroli, Soveria Mannelli, Rubettino, 2000). Scenari che contemplano quei tre nomi, pronunciati nella fatidica intervista da Borsellino: Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Vittorio Mangano.

Non v’è dubbio – dice Tescaroli – che l’agire criminale di Cosa nostra potrebbe apparire prima facie dissennato, se valutato sìc et simpliciter nel suo divenire fenomenico, alla stregua della prevedibile controffensiva dello Stato. In realtà lo stesso appare, di contro, sulla scorta delle acquisizioni probatorie, consono al disegno criminale e sincrono ai tempi di evoluzione di attività relazionali esterne intraprese dai vertici dell’organizzazione.

La linea di attacco ordita dal 1991 non mirava a produrre una rottura fine a se stessa, ma a una cesura protesa alla creazione di nuovi equilibri e alleanze con nuovi referenti politico-istituzionali-fìnanziari: una frattura costruttiva oggettivamente agevolata dal fiorire, all’inizio degli anni ’90, di una serie di iniziative politiche, riconducibili in gran parte alla massoneria deviata o all’estremismo politico di destra, e caratterizzate, tra l’altro, dal sorgere di piccoli movimenti con vocazione separatista in più punti del territorio nazionale: le Leghe Italiane Pugliese, Meridionale-Centro-Sud-Isole, Molisana, Marchigiana, degli Italiani, Sarda, La Lega delle leghe, quella Nazional Popolare, Sud della Calabria, Toscana, Laziale, Sicilia Libera (che veniva fondata il 28 ottobre 1993, a Catania, da Antonino Strano, poi divenuto assessore regionale di An per il Turismo e lo Sport, nonché dall’avv. Giuseppe Lipera e da Gaspare Di Paola, dirigente del gruppo imprenditoriale riconducibile ai fratelli Costanzo), Sicilia Libera nell’Italia Libera ed Europea (che veniva fondata in data 8 ottobre 1993, a Palermo, presso lo studio del notaio Salvatore Li Puma, residente in Corleone, da Tullio Cannella, da Vincenzo Edoardo La Bua, e da altri, e che avrebbe dovuto avere come referente, nella Provincia di Trapani, Gioacchino Sciacca), ecc.

Leonardo Messina ha riferito che i vari rappresentanti Provinciali di Cosa nostra si erano riuniti, nell’Ennese, nel settembre-ottobre del 1991, per “gettare le basi per un nuovo progetto politico” di stampo separatista: creare una nuova formazione, la Lega del Sud, appoggiata da un un’ala della Massoneria e da Cosa nostra, nel cui ambito dovevano entrare uomini dell’organizzazione, in contrapposizione alla Lega Nord, costituente, a suo dire, espressione della P2 di Licio Gelli e di Giulio Andreotti […].

A riprova del fatto di come i vertici dell’organizzazione fossero impegnati, correlativamente e nel mentre dell’esecuzione di un vero e proprio disegno cospirativo, alla ricerca e al consolidamento di più legami per giungere a individuare nuovi referenti politico-istituzionali, sorreggono le indicazioni” di diversi collaboratori di giustizia, fra i quali Angelo Siino, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e Maurizio Avola. “Siino evidenziava di aver appreso da Nino Gargano e da Giuseppe Madonia che Bernardo Provenzano stava adoperandosi per “agganciare Craxi tramite Berlusconi”. Ha aggiunto di avere, successivamente, saputo da Antonino Gioè che Bagarella, tramite un ex ufficiale della Guardia di finanza, amico di Salvatore Di Ganci […] stava cercando di contattare una persona influente vicina all’on. Craxi e che, a tal fine, era necessario “fare più rumore possibile” (alludendo con ciò ad attentati), onde consentirgli poi di intervenire per far sistemare “la situazione in Italia” a favore di Cosa nostra”.

Il 29 gennaio ’98, davanti al pm Tescaroli, Cancemi racconta che “20 giorni prima della strage di Capaci”, mentre già fervevano i preparativi per imbottire di tritolo l’autostrada Punta Raisi a Palermo, partecipò a un vertice “presso l’abitazione di Girolamo Guddo, alla presenza di Raffaele Ganci e Salvatore Biondino, nel corso del quale Riina ebbe a dire:

io mi sto giocando i denti, possiamo dormire tranquilli, ho Dell’Utri e Berlusconi nelle mani, che questo è un bene per tutta Cosa nostra.

Questo incontro avvenne mentre era in corso la preparazione dell’attentato […] quasi contemporaneamente alle confidenze ricevute dal Ganci [cioè fatte da Ganci a Cancemi] sulle “persone importanti” (incontrate da Riina prima della strage). Il contesto in cui le parole di Riina si inserivano era proprio quello riguardante la strage e le conseguenze che dalla stessa sarebbero potute derivare a tutta l’organizzazione […]. Riina reiterava discorsi fatti anche in precedenza, confermando che gli accordi intervenuti con quelle “persone importanti” avrebbero garantito non soltanto i provvedimenti legislativi favorevoli per tutta l’organizzazione ed in genere interventi con l’Autorità giudiziaria, ma anche la protezione per le conseguenze derivanti dall’esecuzione della strage”. In aula, il 22 ottobre ’99, Cancemi aggiunge che Riina tranquillizzava tutti dicendo: “Queste persone sono quelle che a noi ci devono portare del bene, queste persone noi le dobbiamo garantire ora e nel futuro di più”. Nel mese di giugno, a cavallo fra Capaci e via D’Amelio, ci furono altri vertici, in cui “Riina specificò di aver chiesto favori legislativi alle “persone importanti””, le quali si erano impegnate a soddisfarle. Le richieste riguardavano – ricorda Cancemi – “annullare ‘stu 41 bis, sta legge sui pentiti, sequestri di beni, insomma un sacco di cose: l’ergastolo, tutte queste cose […]. Lui le ripeteva diverse volte … “. E “nella riunione di giugno Riina aveva una certa premura, una certa urgenza per fare questa strage di Borsellino. Ha spiegato che ‘sta cosa si deve fare subito […].

Lui era tranquillo, aveva queste persone e quindi lavorava sicuro … “. Dunque – riepiloga Tescaroli –

Cancemi riferiva che Riina, in epoca antecedente alla strage di Capaci, si era incontrato con “persone importanti” […], autorevoli personaggi del mondo politico nazionale (il cui nominativo apprendeva da Riina e ha indicato al processo d’appello)

per avviare negoziati

aventi a oggetto provvedimenti legislativi favorevoli all’organizzazione, interventi sull’Autorità giudiziaria e garanzie dalle conseguenze derivanti dalla strage.

Cancemi riferiva pure

“che appartenenti al gruppo Fininvest versavano periodicamente una somma di 200 milioni lire a titolo di contributo [“Questi soldi, con assoluta certezza, Riina li usava per Cosa nostra, per alimentare Cosa nostra”, assicura Cancemi.

Sottolineava che il Riina si era attivato, a far data dagli anni 1990-91, per coltivare direttamente i rapporti con i vertici di detta struttura imprenditoriale (mettendo in disparte Vittorio Mangano, che fino a quel momento li aveva gestiti) e che, tramite Craxi, stava cercando di mettersi la Fininvest nelle mani o viceversa. Peraltro, non sapeva precisare se e come, Riina avesse preso il controllo diretto di questo rapporto, ma ricollegava la stagione stragista proprio a tale avvicendamento. Ha aggiunto che Riina, nel corso del 1991, gli aveva riferito che detti soggetti erano “interessati ad acquistare la zona vecchia di Palermo” e che lui stesso si sarebbe occupato dell’affare, avendolo “nelle mani”. Riina e Mangano gli avevano fatto presente che era stata incaricata una persona, chiamata “ragioniere”, per seguire “materialmente l’operazione”. E ancora [Cancemi] ha dichiarato di aver appreso da Raffaele Ganci, intorno agli anni 1990-1991, mentre transitavano con l’autovettura in prossimità di via Notarbartolo, che in quella zona vi erano dei ripetitori che interessavano “a Berlusconi”. Sottolineava di aver ricevuto conferma di quest’ultima circostanza dal Riina.

Va rilevato, solo incidentalmente, che le indicazioni del Cancemi, con specifico riferimento agli esborsi di denaro, hanno trovato puntuali conferme nelle dichiarazioni di altri collaboranti (Francesco Paolo Anzelmo, Calogero Ganci, Aurelio Neri, Antonino Galfiano e Giovan Battista Ferrante) e riscontri obiettivi. “Cancemi ha fatto riferimento a contatti tra i vertici di Cosa nostra e soggetti capaci di orientare la legislazione in senso favorevole all’organizzazione, intercorsi sia in epoca precedente, che successiva all’arresto di Salvatore Riina, e ha dichiarato di aver avuto conferma – da una frase pronunciata da quest’ultimo: la responsabilità è mia”, nel corso di una riunione tenutasi per brindare al buon esito della strage di Capaci e per deliberare quella di via D’Amelio – che il Riina aveva ricevuto precise garanzie in favore dell’organizzazione, nonostante l’effettuazione di un eclatante attentato da compiersi a breve distanza da uno parimenti grave, da parte delle persone importanti (che ha indicato nei dottori Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi) verso le quali aveva presentato tutta una serie di richieste, fra le quali quelle di “far annullare ‘sta legge sui pentiti “, di abolire l’ergastolo e di eliminare la normativa sul sequestro dei beni o di affievolirne le conseguenze”.

Dunque le “persone importanti” che, secondo Cancemi, avrebbero incontrato Riina incoraggiandolo nella sua strategia volta a scalzare i vecchi partiti e a favorire la nascita di nuovi soggetti politici che diventassero referenti più credibili e utili per Cosa nostra, sarebbero Berlusconi e Dell’Utri. Cancemi fa i loro nomi – dicendo di averli appresi dalla bocca dello stesso Riina – soltanto al processo di appello per la strage di Capaci. Dove racconta anche la sua missione presso Mangano, per convincerlo a lasciare a Riina la gestione dei rapporti, coltivati per vent’anni, con Berlusconi e Dell’Utri.

“Io – racconta in aula Cancemi – quando sono andato da Mangano, ci dissi: “Vittorio, senti qua, ho parlato cu’ ‘u zu’ Totuccio [Riina] – e mi disse che per quelle persone, Dell’Utri e Berlusconi, siccome lui se l’ha messo nelle mani lui, che è un bene per tutta Cosa nostra, quindi tu fammi questa cortesia […] mettiti da parte perché è una cosa che sta portando avanti ‘u zu’ Totuccio, e quindi mettiti da parte” […]. Il Mangano mi disse: “Ma, perciò, è una vita che ce l’ho nelle mani, ora mi devo mettere da parte. Ma perché? – dice – perché io non sono un uomo d’onore e non posso portare le cose avanti io?”. Ci dissi: “Vittorio, per cortesia, fammi questa cortesia, non insistere, non mi dire niente. Quando lui mi dice che è un bene per tutta Cosa nostra, che cosa ci devo dire io? Dimmelo tu” […]. Poi il Riina mi disse che queste persone erano interessate ad acquistare la zona vecchia di Palermo […]. E mi disse: “Me la sbrigo io, come ti ho detto che ce li ho nelle mani io, ci penso a tutto io” […]. Siamo, credo, nel 1991″.

Nell’udienza del 22 ottobre 1999, il pm Tescaroli domanda a Cancemi: “Senta, lei ha fatto riferimento – per quanto attiene l’individuazione dell’epoca in cui eseguire la strage di Capaci – a questi accordi, a questi contatti intercorsi tra queste “persone importanti” e Riina. Chi sono queste persone importanti?”. Cancemi risponde con un filo di imbarazzo: quella è la prima volta che ne fa i nomi e i cognomi, e lo fa – chissà perché – proprio in un momento in cui i carabinieri non sono più i suoi esclusivi “angeli custodi”:

“Ma io quando… quando me l’ha detto il Ganci lui non me l’ha fatti i nomi, quando stavamo andando… indietro… a Capaci. Mi disse solo “4 persone importanti”: `U zu’ Totuccio si incontrò con persone importanti”. Poi, io, più avanti, l’ho saputo da Totò Riina: e parlava di Dell’Utri e Berlusconi”.

Poi ritorna sul tema delle presunte tangenti Fininvest a Cosa nostra (la storia dei 200 milioni): “Riina diceva che era un contributo che arrivava da parte di Dell’Utri e Berlusconi a Cosa nostra. Mi disse che loro avevano delle antenne, ripetitori diciamo, nella zona che Ganci Raffaele me l’ha fatto vedere una volta passando di là [ … I. Posso dire pure che Riina mi disse che loro, intendo sempre quelle due persone, erano interessate a comprare la zona vecchia di Palermo. Quindi il Riina diceva che questo era un contributo che arrivava per Cosa nostra”. Tescaroli pone un’altra domanda precisa: “Allora, lei sa se queste persone siano state correlate, accostate alle possibili conseguenze derivanti dalla strategia stragista?”. E Cancemi: “Ma guardi, io le posso dire con assoluta certezza che il Riina non aveva nessun timore, nessuna paura, aveva una franchezza enorme. Non spiegava che ci potevano essere dubbi […], anzi sollecitava, aveva una certa premura di fare questa strage. Specialmente quella di Borsellino”.

Due trattative: il “papello” e il Ros.

“Lo stesso Brusca, sia pur con riferimento ad epoca antecedente alla campagna stragista, ha riferito di essere a conoscenza del fatto che alcuni imprenditori milanesi pagavano, a titolo di estorsione o di contributo, una somma di denaro ad appartenenti all’organizzazione e che, in particolare, l’on. Berlusconi “mandava qualche cosa giù come regalo, come contributo, come estorsione” al di lui cugino Ignazio Pullarà. Quest’ultimo inviava Peppuccio Contorno (omonimo del collaborante) e tale Zanga, a ritirare il denaro negli anni 1981-’82-’83”.

Ma soprattutto “Brusca dichiarava di essere venuto a conoscenza, nel periodo compreso tra la strage del 23 maggio e quella del 19 luglio 1992 […] dell’esistenza di una trattativa condotta da Riina per ottenere benefici in tema di revisione dei processi, di sequestri dei beni, di collaboratori di giustizia, ecc.: un’occasione relazionale propiziata dall’esterno, non ricercata da Riina, da questi sfruttata, tanto che dopo la strage di via D’Amelio, per agevolarne la ripresa e la definizione, richiedeva l’effettuazione di un ulteriore attentato nei confronti di un rappresentante delle Istituzioni, che veniva individuato nel dottor Pietro Grasso [già giudice a latere del maxiprocesso, oggi procuratore capo di Palermo].

In proposito, [Brusca] ha così articolato il suo racconto. Una volta eliminato l’on. Lima, si “andavano a cercare i nuovi contatti”. Un canale era costituito dall’impresa Reale. Dopo la strage di Capaci, incontrandosi con Riina, gli chiedeva notizie: “Come va? Che si dice? Che notizie abbiamo? Reazioni?”, con riferimento alla campagna stragistica in atto. In una prima occasione (circa 10-15 giorni dopo la strage) il Riina gli rappresentava che “volevano portare a questo Bossi”, che il Riina considerava un pazzo e che non gli interessava; in una seconda (che ha collocato circa una settimana 15 giorni prima della strage di via D’Amelio), Riina gli poneva in rilievo che “si sono fatti sotto”. A distanza di 3-4 mesi [dopo via D’Amelio], tramite Biondino, gli comunicava, sapendo che ne aveva la possibilità, che “si sono fermati, ci vuole un altro colpetto”, nel senso che occorreva colpire un ulteriore obiettivo. A seguito della sollecitazione, [Brusca] si era attivato per perpetrare un attentato in pregiudizio del dott. Pietro Grasso”. La trattativa è quella del famoso “papello”.

Secondo Brusca – afferma Tescaroli – “Riina gli riferiva che aveva predisposto per questi interlocutori una serie di richieste: “Gli ho fatto un papello tanto”: revisione del maxiprocesso al fine di far annullare gli ergastoli e demolire il “teorema Buscetta”; neutralizzazione dei sequestri dei beni; estendere i benefici della legge Gozzini ai reati di cui all’articolo 416 bis; abrogare l’ergastolo; ottenimento degli arresti ospedalieri e domiciliari [specie per i boss detenuti più anziani] […]. Entrambi i suddetti colloqui si svolgevano tra i soli Riina e Brusca”. in quel periodo, però, s’intrecciava più di una trattativa tra pezzi delle istituzioni e i vertici di Cosa nostra.

Un’altra è quella rivelata dal capitano del Ros Giuseppe De Donno e l’allora vicecomandante del Ros Mario Mori. I quali, a cavallo fra Capaci e via D’Amelio e anche dopo via D’Amelio, avevano contattato l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino per chiedergli aiuto nell’individuare i nascondigli di Riina e Provenzano. Ciancimino, tutt’altro che “pentito”, ma propenso addirittura a infiltrarsi nel mondo degli appalti siciliani per “ricostruire il sistema di Tangentopoli” e agganciare così i nuovi padroni della mafia e della politica, si era apparentemente ritratto dalla trattativa quando gli avevano chiesto la consegna di Riina e Provenzano. Senonché, dopo un mese di silenzio, si era improvvisamente rifatto vivo, dicendosi disponibile – afferma Tescaroli, sulla scorta delle deposizioni di Mori e De Donno – “a fornire indicazioni per la cattura di Riina [di Provenzano non si parlava più … ] e chiedeva all’uopo di poter consultare alcune mappe di Palermo”.

La trattativa si interruppe poi definitivamente perché il Ros, che aveva già qualche idea sul covo dei boss, ottenne le ultime conferme da Balduccio di Maggio e, nel gennaio ’93, lo catturò”. Resta il fatto, molto inquietante, che mentre la mafia assassinava i magistrati e i poliziotti con il tritolo, i vertici del Ros – probabilmente non a titolo personale – trattavano con i suoi capi.

“Ciancimino – ricorda Tescaroli – aveva iniziato una sorta di attività di infiltrato in seno all’organizzazione, rapportandosi con Salvatore Riina, per il tramite del dott. Antonino Cinà, divenendo l’interfaccia tra gli appartenenti al Ros e i vertici dell’organizzazione. I primi, a detta di Mori e De Donno, portatori dell’esigenza di sfruttare una fonte qualificata per iniziare un’efficace attività di contrasto e giungere all’arresto di Riina e Provenzano, ottenendo nel contempo la collaborazione formale di Ciancimino; i secondi, a detta di Brusca (che aveva “intuito” i termini della trattativa dalle confidenze di Riina) determinati a sviluppare una trattativa con un “papello” di richieste, per indurre lo Stato a scendere a patti e a riconoscere loro una serie di benefici, come contropartita della cessazione delle stragi”.

“Si vis pacem para bellum”.

Riina d’altronde l’aveva detto ad altri mafiosi. Filippo Malvagna, collaboratore di giustizia, ha riferito le frasi precise del capo dei capi: “Bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace”. Una guerra che fra l’altro – scrive Tescaroli – avrebbe liberato l’organizzazione “degli uomini appartenenti alle Istituzioni che avevano creato, con la loro azione investigativa o istituzionale, un documento essenziale al sodalizio” (come Falcone e Borsellino), ma anche “di quei politici che, contigui o collusi con l’organizzazione, l’avevano poi abbandonata, non avendo più potuto o voluto continuare nell’attività di copertura o convivenza promessa”.

Ad esempio Ignazio Salvo e Salvo Lima e, tramite quest’ultimo, Giulio Andreotti (uccidendo Lima – dice Brusca – “sì additava l’onorevole Andreotti come mafioso”; e ricorda quel che gli disse Riina alla vigilia della strage di Capaci:

“Speriamo che l’attentato del dottor Falcone avviene prima, che per effetto sicuramente non faranno più all’onorevole Andreotti presidente della Repubblica; infatti, conclude Brusca, prima con l’effetto Lima, poi con l’effetto di Capaci, l’onorevole Andreotti non fu più eletto presidente della Repubblica, e quindi non si realizzò il sogno della sua vita).

Resta da capire, osserva Tescaroli, se i capi del Ros e Brusca si riferiscono alla stessa trattativa oppure a due trattative diverse e parallele. E forse è bene ricordare che Dell’Utri – come dirà anche il suo amico e collaboratore Ezio Cartotto (di cui parleremo più avanti) – fin dagli anni ’70 era legato a Ciancimino. E, come nota il Pm, in questa trattativa del ’92 “il comportamento di Ciancimino appare davvero singolare. Dinanzi alla richiesta di fornire indicazioni per la cattura di Riina, Ciancimino mostra un atteggiamento di chiusura, “rectius” chiede una pausa di riflessione. A distanza di tempo è lui stesso che chiede il colloquio [al Ros] e che offre la disponibilità a dare il suo contributo per la cattura del solo Riina.

Cosa è intervenuto in questo frangente che gli ha fatto mutare atteggiamento? Si tratta del frutto di un calcolo utilitaristico interconnesso alla propria posizione giuridica o di un qualcosa di più e di diverso? Perché una generica proposta, sostanzialmente di fare il confidente, diventa una via percorribile? Chi o che cosa gli ha dato lo stimolo, la forza o il coraggio di compiere un passo di questo tipo? […] Tali aspetti problematici debbono essere tenuti a mente, in quanto interagiscono con i vincoli relazionali che hanno accompagnato la campagna stragista.

Un dato deve altresì considerarsi assolutamente certo: i vertici dell’organizzazione [Cosa nostra], subito dopo la strage di Capaci (secondo il racconto di De Donno) o dopo il 25 giugno (alla stregua delle indicazioni del generale Mori) ricevettero un segnale istituzionale che, nella loro prospettiva, suonava come una riprova dell’idoneità dell’azione stragista a raggiungere l’obiettivo di aprire nuovi canali relazionali, capaci di individuare nuovi referenti politico-istituzionali. Una convinzione che aveva, verosimilmente, indotto il Riina a cercare una rivitalizzazione, dopo la strage di via D’Amelio, della trattativa, con il progetto di attentato nei confronti del dott. Pietro Grasso. Riina, tramite Biondino, fa presente che occorre porre in essere un ulteriore attentato nei confronti di un rappresentante dello “Stato”. Una sollecitazione delittuosa che fa il paio, temporalmente, con il congelamento del rapporto Mori-De Donno-Ciancimino”.

Che rapporto c’è fra la trattativa rivelata dagli stessi vertici del Ros (di cui era sommariamente informato anche Brusca) e quella di cui parlano Cancemi, Siino e altri collaboratori di giustizia che fanno i nomi di Mangano, Dell’Utri e Berlusconi? E’ uno dei nodi fondamentali da sciogliere. “Si impone – dice il p.m. Tescaroli – la necessità, ai fini di una disamina complessiva degli elementi acquisiti, […] di correlare gli stessi con le indicazioni del Cancemi – Il Cancemi ha posto in rilievo che Riina aveva esposto, nel corso di una riunione, che si stava accingendo a inoltrare una serie di richieste (il cui contenuto è in larga misura coincidente con quanto costituiva oggetto della trattativa, di cui ha riferito il Brusca) nei confronti di soggetti esterni all’organizzazione, che ha individuato negli onorevoli Berlusconi e Dell’Utri. Orbene: dette indicazioni suscitano una serie di interrogativi.”

Quante trattative fra Stato e mafia?

“Innanzitutto – dice ancora il p.m. Tescaroli – quali rapporti intercorrevano tra la trattativa di cui parla il Cancemi e gli incontri intercorsi tra il Riina e le “persone importanti”, in epoca precedente alla strage di Capaci? “E poi la trattativa a cui si riferisce il Cancemi è la stessa di cui parlano Brusca, De Donno e Mori? E se si tratta della stessa trattativa, come mai il solo Cancemi indica gli interlocutori? Siamo davvero dinanzi a personaggi o ci troviamo di fronte a due facce della stessa medaglia? […] Una serie di quesiti che costituisce oggetto di diversi procedimenti penali, volti a verificare se sussistano o meno profili di responsabilità, nei delitti rientranti nella stagione stragista nei confronti di altri soggetti, in ipotesi, partecipi di un vero e proprio disegno cospirativo. In ogni caso si può sottolineare che, astrattamente, si possono formulare, con specifico riferimento alle relazioni rievocate dal Brusca e dal Cancemi, Collocate dopo la strage del 23 maggio 1992, tre ipotesi a livello logico razionale.” Eccole:

1) “Cancemì riferisce, nella sostanza, della medesima trattativa con papello di cui ha narrato il Brusca. In questo caso si deve ritenere che al Cancemi e agli altri capimandamento presenti, a suo dire, nell’abitazione di Guddo (Biondino e Raffaele Ganci), sia stato prospettato un segmento di verità ulteriore e di completamento rispetto a quanto conosciuto dal Brusca: che gli appartenenti al Ros avrebbero agito per conto dei personaggi indicati dal Cancemi”, cioè di Berlusconi e Dell’Utri. In questo caso, delle due l’una: “O il Ciancimino ha prospettato realmente in questi termini la vicenda al Riina, per il tramite del dottor Cinà, perché questa è stata l’interpretazione che lo stesso [Ciancimino] ha dato alle parole del gen. Mori, che millantava di agire per conto di altri soggetti ben più influenti nel tentativo di persuaderlo a collaborare”; oppure, “per rendere credibili ai vertici dell’organizzazione i suoi interlocutori, il Ciancimino ha accreditato gli appartenenti all’Arma dei Carabinieri di aderenze o appoggi in realtà non esistenti”.

Ma c’è anche una terza possibile spiegazione: “Potrebbe essere stato di contro Riina, consapevole dell’esistenza di contatti e rapporti di natura economica con quegli interlocutori, ad aver ritenuto che i referenti per conto dei quali agivano Mori e De Donno, fossero proprio le Persone indicate da Cancemi [Dell’Utri e Berlusconi]; e ciò ritenendo vi fosse da parte loro, nell’offensiva di attacco verso il potere costituito, una coincidenza di interessi nel disegno criminale ordito dal sodalizio, in termini di acquisizione di potere o di propositi di determinare nuovi equilibri politico-istituzionali”.

2) Seconda ipotesi: “Cancemi fa riferimento a un vincolo relazionale diverso e ulteriore intercorso e coltivato dal Riina rispetto a quello riferito dal Brusca e dagli ufficiali del Ros”. Ma “questa ipotesi non appare nemmeno astrattamente sostenibile, posto che gli aspetti peculiari del racconto del Brusca, come ad esempio quello della correlazione della trattativa con il progetto politico imprenditoriale volto a sostituire l’Impresem con l’impresa Reale, appaiono il frutto, allo stato, di mere intuizioni, e che v’è coincidenza nell’oggetto delle richieste di cui fanno menzione i due dichiaranti”.

3) Terza ipotesi: “Cancemi e Brusca riferiscono della medesima trattativa con papello, che rappresenta una realtà fenomenica diversa rispetto a quanto dichiarato da Mori e De Donno; posto che l’organizzazione ha mostrato di coltivare altre trattative nell’arco temporale caratterizzato dall’attuazione del progetto stragista, ed in particolare i rapporti Gioè-Bellini [un misterioso personaggio venuto dal Nord, che intavola una terza trattativa con Cosa nostra nello stesso periodo], concernenti la trattativa o l’ipotesi di trattativa che prevedeva nella sostanza una cessione di opere d’arte (quadri) oggetto di furto e recuperate da parte dell’organizzazione, a fronte di trattamenti carcerari migliorativi, come arresti domiciliari od ospedalieri, per alcuni uomini d’onore e segnatamente per i seguenti capimandamento detenuti: Giacomo Giuseppe Gambino, Luciano Liggio, Giuseppe Calò e Bernardo Brusca, nonché per Giovanni Battista Pullarà. Un vincolo relazionale, quest’ultimo, che il Bellini aveva promosso; che faceva capo, come ha ricordato Brusca, sempre al generale Mario Mori; che si era sviluppato a cavallo tra l’assassinio dell’on. Lima e la strage di Capaci”.

Riina invocava un nuovo partito.

Comunque siano andate le cose – afferma p.m. Tescaroli – “a prescindere dalla verifica investigativa tuttora in corso, nell’ambito di separato procedimento penale, per individuare quale ipotesi sia aderente al vero e concretamente riscontrabile […], possiamo affermare con assoluta certezza che il disegno criminale nel suo complesso, e la strage del 23 maggio 1992, in particolare, si è mosso correlativamente al procedere di trattative volte a incidere sui poteri politici e istituzionali, e sull’azione degli stessi, per ottenere vantaggi per gli adepti dell’accolita”. Cioè per gli affiliati a Cosa nostra.

Le conclusioni del discorso portano, ancora una volta, ai tre fatidici nomi di Mangano, Berlusconi e Dell’Utri. Cancemi e Brusca – osserva Tescaroli – “hanno riferito la loro porzione conoscitiva, che rappresenta una parte di una realtà più complessa, da nessuno dei due conosciuta nell’integralità. Invero Cancemi era in condizione privilegiata rispetto al Brusca, per poter conoscere del rapporto, o comunque dei contatti con le “persone importanti” dallo stesso menzionate [Berlusconi e Dell’Utri], posto che Vittorio Mangano, che nel passato aveva coltivato quelle relazioni, è uomo d’onore del suo mandamento [Porta Nuova] e che lo stesso Cancemi era intervenuto per far mettere in disparte il predetto Mangano nel mantenimento dei rapporti con quei soggetti, onde consentire al Riina la gestione diretta del rapporto. Nondimeno, la conoscenza di tali rapporti da parte di Raffaele Ganci e di Salvatore Biondino, riferita dal Cancemi, appare coerente, sviluppando logicamente le sue indicazioni, se si pone mente al fatto che Pierino Di Napoli, uomo d’onore della “Noce”, e quindi gerarchicamente dipendente dal Ganci, era un anello di collegamento nel “percorso” delle somme di denaro versate dalle cosiddette “persone importanti” all’organizzazione; e che il Biondino era il personaggio più vicino al Riina, in seno a Cosa nostra. Perciò le indicazioni di Brusca, allo stadio delle attuali acquisizioni, non si pongono in antitesi con quelle del Cancemi, ma devono ritenersi complementari”.

Ma c’è anche un altro collaboratore che dice cose interessanti: “Maurizio Avola ha riferito che, negli ultimi mesi del 1992, si era svolta a Palermo una riunione dei rappresentanti delle varie “province” siciliane […], nel corso della quale Riina aveva esposto il piano strategico ordito dall’organizzazione, consistente nell’instaurazione di un clima di attacco allo Stato che avrebbe consentito di “togliere il vecchio” sistema politico e, al contempo, di creare un clima favorevole per l’affermazione di un nuovo soggetto politico […]. Si tratta di una riunione che si colloca, senza dubbio, in una congiuntura del tutto particolare, poiché il livello dello scontro con lo Stato s’era fatto consistente e le cosiddette “trattative” erano in corso, mentre altre forme di aggressione nei confronti delle Istituzioni erano in cantiere, quali il progetto di attentato nei confronti del dott. Pietro Grasso.

Orbene l’accostamento di dette indicazioni a quelle del Cancemi e del Brusca consente di inquadrare le ipotesi di trattativa coltivate e gli attentati eseguiti e programmati, nell’azione volta a creare le condizioni per l’affermazione di una nuova formazione politica. Che in particolare l’ipotesi di trattativa con papello fosse propedeutica a favorire l’ingresso di una nuova forza politica, è reso verosimile dal fatto che il 15 gennaio 1993, giorno dell’arresto del Riina, era stata indetta una riunione della commissione [la cupola di Cosa nostra], a detta del Brusca, per affrontare, tra l’altro, tale questione. “V’è, poi, un dato obiettivo che emerge dalla realtà fenomenica istituzionale: effettivamente, anche per l’azione dirompente prodotta dalle indagini su Tangentopoli, venivano soppiantati da altre realtà Politiche, nel corso degli anni 1992, 1993 e 1994, i partiti della Dc e del Psi, che, prima dell’inizio dell’attuazione del disegno strategico, rappresentavano la roccaforte del potere nel paese.

E infatti, a partire dalla seconda metà del 1992 e sino al febbraio 1993, si creava progressivamente la spaccatura all’interno del Psi, tra gli on. Craxi e Martelli, quest’ultimo si dimetteva da ministro di Grazia e Giustizia, mentre l’on. Craxi riceveva due avvisi di garanzia dai giudici milanesi e lasciava la segreteria del partito; il segretario amministrativo della Dc Citaristi, raggiunto dalla nona informazione di garanzia, annunciava dimissioni.

E ancora il 6 aprile la Commissione antimafia approvava la relazione conclusiva dell’indagine sui rapporti tra mafia e politica redatta dal presidente Luciano Violante, nella quale si afferma che “risultano certi alla Commissione i collegamenti di Salvo Lima con uomini di Cosa nostra” ed egli era il massimo esponente in Sicilia della corrente democristiana che faceva capo a Giulio Andreotti, sulla cui “eventuale responsabilità politica dovrà pronunciarsi il parlamento”;

il 21 aprile 1993, veniva inoltrato un avviso di garanzia al Ministro Salvo Andò per voto di scambio; il 12 maggio 1993 nasceva il nuovo governo guidato dall’on. Ciampi; il 13 maggio 1993 il Senato concedeva l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’on. Giulio Andreotti. Ma non solo. In tale divenire, la strategia criminale non si arrestava, ma si perpetuava, nonostante l’intervenuto arresto del Riina indirizzandosi verso obiettivi ubicati fuori dal territorio siciliano, concretizzandosi – dal 14 maggio 1993, due giorni dopo la nascita del governo Ciampi – nel fallito attentato al conduttore televisivo Maurizio Costanzo e con quelli al patrimonio storico-artistico-monumentale della nazione”.

Il seguito è noto: nel 1993 prende corpo una forza politica tutta “nuova”: si chiama Forza Italia, l’hanno fondata un certo Silvio Berlusconi e un tal Marcello Dell’Utri. Forza Italia vince le elezioni politiche del 1994, le prime dopo la stagione di Tangentopoli e delle stragi. E, per fortuna, le bombe smettono di esplodere. Le conclusioni di Tescaroli sono agghiaccianti:

Possiamo affermare con certezza che l’organizzazione denominata Cosa nostra è un soggetto criminale che, particolarmente a partire dagli anni 1991-92, ha recitato un ruolo non marginale nel quadro politico-istituzionale della nazione. E proprio in quel periodo si è assistito a un proliferare di azioni criminali, alcune delle quali portate a compimento, altre rimaste in uno stadio embrionale, di notevole rilevanza, per la valenza delle vittime designate, che hanno prodotto un profondo condizionamento della vita democratica del paese. […] Una vera e propria strategia destabilizzante […] rafforzata da soggetti esterni […] concepita a cavallo di un periodo storico nevralgico, estremamente adatto per un verso a far saltare ogni equilibrio esistente, e peraltro a crearne di nuovi, caratterizzati da nuovi e più favorevoli rapporti di forze.

Insomma, per dare vita a “centri di poteri ritenuti più acconci ai propri interessi”. Cosa nostra si proponeva dunque di “incidere sugli assetti di potere esistenti e di creare le premesse per la formazione di nuovi aggregati politici”. Una strategia nata nel ’91, e poi modificata via via in corso d’opera, a mano a mano che sortiva l’effetto di raccogliere “persone importanti” pronte a trattare. Fino alla svolta del 15 gennaio ’93, giorno dell’arresto di Totò Riina: “punto di svolta, come ha rilevato il Brusca, tra la stagione di aggressione concretizzatasi nel 1992 e quella del 1993, inaugurata con l’attentato in via Fauro.

L’arresto [di Riina] ha indotto i vertici dell’organizzazione a rivedere e correggere il tiro nelle modalità e nelle forme di aggressione, anche in considerazione dell’andamento dei rapporti e del le trattative in corso con entità esterne all’organizzazione e segnatamente con rappresentanti del mondo politico-istituzionale, imprenditoriale-finanziario e con soggetti a questi comunque collegati. “Ma per individuare le ulteriori responsabilità di chi, all’esterno di Cosa nostra, ha avuto interessi convergenti, occorrerà ancora indagare; anche per individuare chi, in quell’epoca, era in rapporto di reciproco scambio di interesse politico, economico e finanziario, se e in che misura sussista un collegamento tra le indagini di Tangentopoli e la campagna stragista, se e in quale misura quest’ultima sia da collegare, in toto o in parte, ad un proposito di arginare o congelare quelle investigazioni, per impedire che si estendessero al Sud e, infine, per meglio sviscerare i collegamenti e le reciproche influenze con gli eventi istituzionali freneticamente susseguitisi in quegli anni.

“Tutto questo – conclude il pm Tescaroli nella requisitoria al processo d’appello su Capaci – fa parte di un altro filone di indagine. Si continuerà a lavorare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria di Falcone, è la coscienza critica e morale della società civile che impone questo dovere: senza verità non c’è giustizia. E ci auguriamo, sebbene siano passati quasi nove anni, di trovare il filo conduttore che ci faccia risalire a questi mandanti esterni, per poter esercitare l’azione penale nei loro confronti ed evitare che questa realtà, per ora solo intravista, vada ad accrescere i molti misteri che avvolgono lo stragismo nel nostro paese.” Se ciò sarà davvero possibile, ancora non lo sappiamo: appena Tescaroli è partito da Caltanissetta, quella Procura ha annunciato di aver chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sui mandanti occulti, nella quale erano indagati Berlusconi, Dell’Utri e altri. Archiviazione per proseguire le indagini, o per mettervi la parola fine? Presto per dirlo. Bisognerà attendere le motivazioni della Procura e le decisioni del Gip. Certo è che quella strategia raffinatissima, che ha insanguinato l’Italia nel 1992-93, non può essere stata partorita soltanto dai macellai di Cosa nostra. Perché – come sostiene Tescaroli – “fu una vera e propria cospirazione politica, mutando atteggiamento nei confronti dello Stato rispetto al passato, in quanto ha realizzato non più una strategia selettiva diretta a colpire persone determinate, che avevano creato nocumento all’organizzazione, in vista del mantenimento dell’equilibrio istituzionale mafioso che dal dopoguerra si era venuto a creare tra i sodali e rappresentanti delle istituzioni; ma una rottura creativa di nuovi equilibri, attraverso una concentrazione di azioni eclatanti e destabilizzanti in un breve lasso temporale. Nuovi rapporti da consolidare e/o creare ex novo sfruttando, per un verso, quei canali economico-finanziari dei quali l’organizzazione poteva disporre sulla base dei pregressi rapporti, e per l’altro verso, ponendo i presupposti per goderne di nuovi”.

Rapporti fra mafia e alta finanza milanese, indagini in corso al Sud, anzi a Palermo, da (possibilmente) bloccare. Sembra di sentire parlare Paolo Borsellino, quando nell’intervista parla dei referenti economico-finanziari di Cosa nostra nel Nord Italia per il riciclaggio del denaro sporco. Borsellino, quel 21 maggio 1992, non sapeva ancora nulla della strategia stragista. L’avrebbe scoperta anche lui, come tutti gli italiani, due giorni più tardi, di fronte al cadavere carbonizzato dal suo amico Giovanni Falcone. Prima di sperimentarla anche lui, due mesi dopo, sulla propria carne viva.

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